In fondo al fiume

cover_in-fondo-al-fiumeIn fondo al fiume è una raccolta di dieci brani che non possono essere classificati come racconti; si tratta più che altro di istantanee, di poesie in prosa dal sapore caraibico, che accostano ricordi dell’autrice a frammenti biografici, visioni oniriche e registrazioni puntuali, quasi asciutte, dello scorrere della vita quotidiana. Ai sapori esotici della papaya, della root beer e del pepper pot stufato, si accostano i colori quasi fluorescenti della vegetazione di Antigua, i canti invadenti degli uccelli e le usanze di una popolazione variopinta. Più che racconti si tratta di contenitori di esperienze soggettive e universali, spesso accomunate da un unico filo conduttore (le vacanze, l’infanzia, la “nerezza”…).
Si tratta di un libro a mio parere puramente contemplativo, che ho trovato a tratti di difficile comprensione. Sembra, appunto, che l’autrice dia libero sfogo ad un flusso ininterrotto di pensieri, accostando tra loro frasi e immagini apparentemente senza connessione tra loro, e il lettore è chiamato a ricostruirne con pazienza il significato. Ecco, io questa pazienza non l’ho avuta, o forse ho scelto il momento sbagliato per leggere questa raccolta, pur avendo amato con tutto il mio cuore il più famoso Autobiografia di mia madre della stessa autrice.

Il mio voto
due e mezzo

Autore: Jamaica Kincaid (Elaine Cynthia Potter Richardson)
Titolo: In fondo al fiume
Titolo originale: At the Bottom of the River
Data: 1978
Traduzione: Mirko Esposito
Edizione: Adelphi Edizioni – Piccola Biblioteca Adelphi
Pagine: 96
Prezzo: 10,00 €
ISBN: 978-8845-9256-89

Provenienza: biblioteca
Dedica: per mia madre, Annie, con affetto e per Mr. Shawn, con gratitudine e affetto

Luoghi: Carabi (Antigua e Barbuda)
Periodo: indefinito
Parola finale: amido.

Incipit
Lava i panni bianchi lunedì e mettili sul mucchio di sassi; lava i panni colorati martedì e mettili sul filo ad asciugare; non camminare a capo scoperto sotto il sole cocente; fai le frittelle di zucca in olio dolce e ben caldo; metti a mollo la biancheria appena te la togli; quando compri il cotone per farti una bella camicetta, bada che sopra non ci sia la gomma, altrimenti si allenterà dopo averla lavata; metti a bagno il pesce sotto sale la sera prima; è vero che canti i benna a catechismo?; mangia in modo da non dare agli altri il voltastomaco; la domenica cerca di camminare come una signora e non come quella zoccola che vuoi diventare; non cantare i benna a catechismo; non devi parlare con quei topi di fogna del riformatorio, nemmeno per dare indicazioni; non mangiare la frutta per strada – le mosche ti verranno dietro […].

Quarta di copertina
«Questo libro canterà sul vostro scaffale. È troppo soffocato d’amore per suscitare invidia, troppo umile per gli encomi, e tuttavia è così impressionante da non poter eludere lo stupore». Così Derek Walcott salutò In fondo al fiume – primo libro di Jamaica Kincaid –, che radunava i racconti poetici già accolti dai lettori del «New Yorker» come rari gioielli letterari: a scorci di una natura lussureggiante che suscita inquietudini profonde si alternano i ricordi di un’infanzia caribica fatta di scoperte minute e preziose, di dolenti rapporti familiari dominati da una madre che tutto dona e poi tutto nega – «Mi cinse con le braccia, stringendomi sempre più la testa al petto, finché non soffocai» –, e che verrà magistralmente celebrata nella torrida e furente Autobiografia di mia madre. Nulla è come sembra, in questo libro breve ma inesauribile: e quando i paesaggi si accendono di colori violenti è per meglio accogliere nell’ombra i sentimenti più riposti di una creatura ancora «primitiva e senza ali». La voce della giovane Kincaid («il mio nome mi riempie la bocca») è schietta, capricciosa e ingannevolmente semplice, e vi risuonano i ritmi laceranti di quella prosa visionaria e incantatoria che sarà soltanto sua.

Brani da ricordare
p. 12    […] guarda come si sorride a qualcuno che non ti piace tanto; guarda come si sorride a qualcuno che non ti piace per niente; guarda come si sorride a qualcuno che ti piace davvero […].

p. 16    La pioggia cade sui tetti di lamiera, sulle foglie degli alberi, sui sassi del cortile, sulla sabbia, sul terreno. La notte è bagnata in certi punti, tiepida in certi punti.

p. 29    Ma cos’è uno scarabeo? Cos’è una mosca? Cos’è un giorno? Cos’è tutto, dopo che è morto e se n’è andato? Un altro scarabeo si arresterà, fiutando il pericolo. Un altro giorno, identico a questo giorno… poi la pioggia, che batte sul sottobosco e obbliga la tartaruga a nascondere la testa con maggiore attenzione. La quiete viene e la quiete va. Il sole. La luna.

p. 34    Eppre io stessa, alla mia età, ho sofferto tanto. Le lacrime, grandi, mi hanno rigato le guance con linee irregolari – le lacrime, grandi, e le mani troppo piccole per trattenerle. Le mie lacrime troppo piccole per trattenerle. Le mie lacrime sono state il risultato delle mie delusioni. Le mie delusioni si alzano e diventano sempre più alte. Non se ne andranno da me. Eccole là. Lasciate che metta loro un cartellino. Lasciate che le registri, come animali appena addomesticati. Lasciatemele nutrire, le mie delusioni, ripiegarle, riporle al sicuro, vicino al petto, sono tanto importanti per me.

David Golder

cover_david-golderDavid Golder è un ebreo di 68 anni, emigrato in gioventù dalla Russia a Parigi, e arricchitosi con coraggiose speculazioni. Ora ha tutto ciò che può desiderare: magnifiche ville, uno stuolo di domestici, un autista personale, abiti raffinati, varie società e affari redditizi che dimostrano la sua abilità di negoziatore. Basta chiedere, e Golder esaudisce. Sua moglie Gloria e la figlia Joyce lo vedono di rado, ma questo è un bene per entrambe le parti.

La morte improvvisa del suo socio in affari e una diagnosi implacabile lo mettono di fronte alla consapevolezza che la morte è imminente. Golder, ormai accompagnato da una stanchezza che anticipa la nausea sartriana, sveste i panni dell’uomo invincibile il cui unico obiettivo è quello di accumulare ricchezza e fa un bilancio obiettivo della propria vita, per giungere alla lucida conclusione, che Irène Némirovsky sintetizza in questa frase implacabile, pronunciata proprio dal protagonista: «Alla fine si crepa […] soli come cani, così come si è vissuti».

Golder è un uomo stanco, che, messo di fronte all’ineluttabilità del proprio destino, ha il privilegio di capire che l’affannarsi a cercare l’approvazione altrui e il successo sono solo pretesti, non c’è scampo alla morte e nulla resta dopo di noi. Siamo soli, sia durante che al termine della vita.

Le brevi parentesi in cui affiorano dei ricordi del suo passato (un vicolo scuro, le botteghe che popolavano le vie della sua infanzia, il freddo che entra nelle ossa, una ragazzina che corre senza pensieri) sono fievoli spiragli di una felicità semplice, autentica, che non è più. Golder, sempre più stanco e lontano dal mondo, si rinchiude in un appartamento spoglio e aspetta la morte, con l’unica compagnia di una vecchia domestica e di un altro anziano ebreo, ricchissimo ma così avaro da negarsi ogni piacere per non intaccare il suo capitale.

L’amara metafora del misero ebreo che si riscatta con il proprio lavoro e costruisce un impero è qui enfatizzata dalla Némirovsky, capace di immaginare un personaggio a tutto tondo, che brilla di luce propria, quasi fosse reale. David Golder è un messaggio che l’autrice vuole dare al mondo: non sprecate la vostra vita in inutili preoccupazioni, gioite e godete di ogni attimo, perché nessuno di noi è immortale e, quando termina la nostra storia, cosa rimane?

La traversata finale in nave è un momento simbolico che rappresenta una purificazione e il compimento dell’intera esistenza del protagonista: Golder passa il testimone a uno sconosciuto, un diciottenne ebreo che, come lui tanti anni prima, sta lasciando la Russia in cerca di un futuro migliore in Europa. Come lui, la fatica non lo spaventa, ed è pronto a tutto pur di riscattarsi. E, ancora una volta, l’unico mezzo per riscattarsi appare il denaro: sarà davvero questo il suo destino o sarà in grado di comprendere la lezione offerta da David Golder?

Il mio voto
ba2b7-quattro

Autore: Irène Némirovsky
Titolo: David Golder
Titolo originale:  David Golder
Data: 1929
Traduzione: Margherita Belardetti
Edizione: Adelphi Edizioni – Biblioteca Adelphi
Pagine: 180
Prezzo: 16,00 €
ISBN: 978-8845-9205-23

Provenienza: biblioteca

Luoghi: Parigi, Biarriz, Ascain, Mosca, Teisk
Periodo: indefinito
Parola finale: lui.

Personaggi principali
David Golder, imprenditore ebreo, ha 68 anni
Simon Marcus, socio in affari di Golder, con lui ha fondato la Golmar
Joyce, figlia diciottenne di Golder
Gloria, moglie di Golder
Principe Alexis (Alec), nipote dello zar Alessandro e ragazzo di cui Joyce è innamorata
Daphné Mannering, amica di Joyce
Dottor Ghédalia, medico che ha in cura Golder
Hoyos, dongiovanni, amante di Gloria, mantenuto da Golder
Loewe, direttore della Golmar
Jill, cagnolino di Joyce
John Tübingen, petroliere di 76 anni che fa affari con Golder
Solfer, ricco e anziano ebreo tedesco che gioca a carte con Golder
Seton, notaio di Golder
Valleys, segretario di Tübingen

Incipit
«No» disse Golder.
E, con un gesto brusco, sollevò la lampada in modo che la luce colpisse in pieno il volto di Simon Marcus, seduto di fronte a lui dall’altra parte del tavolo. Per un attimo osservò le rughe che, a ogni movimento delle labbra o delle palpebre, solcavano il lungo volto scuro di Marcus, in tutto simile alla superficie di un’acqua cupa agitata dal vento. Ma i suoi torpidi, assonnati occhi da orientale restavano calmi, annoiati, indifferenti. Un viso impenetrabile come un muro. Golder ripiegò con cautela lo stelo metallico che sorreggeva la lampada.
«Facciamo cento, Golder? Hai fatto bene i tuoi conti? È un buon prezzo» disse Marcus.
Golder ripetè con voce sommessa:
«No».
E aggiunse:
«Non voglio vendere».

Quarta di copertina
Quando, nel 1929, l’editore Bernard Grasset lesse in una notte il manoscritto di David Golder e, dopo aver perfino messo un annuncio sul giornale per rintracciarne l’anonimo autore, si vide davanti Irène Némirovsky, sulle prime non volle credere che fosse stata quella giovane spigliata ed elegante, figlia dell’alta borghesia russa rifugiatasi a Parigi dopo la rivoluzione, a scrivere una storia tanto audace, insieme crudele e brillante – un’opera in tutto e per tutto degna di un romanziere maturo. Al pari di lui, i lettori di oggi (che hanno decretato il successo di Suite francese) scopriranno con delizia quanto sicura e limpida fosse già allora la voce della Némirovsky, quanto sinistra sia la luce che lei getta sui retroscena dell’alta finanza e sul mondo scintillante e fasullo, patetico e pacchiano dei nuovi ricchi – un mondo che ben conosceva e sullo sfondo del quale si consuma il destino del vecchio e spietato banchiere ebreo –, e come, dalla prima all’ultima riga, sappia tenerci in pugno con il suo stile asciutto e acuminato, e la sicurezza del grande narratore.

Brani da ricordare
p. 15    Era un uomo di più di sessant’anni, enorme, con le membra grasse e flaccide, gli occhi color dell’acqua, vivacissimi e opalescenti; folti capelli bianchi gli incorniciavano il viso devastato, duro, come plasmato da una mano rozza e pesante.

p. 99   «Sì, sì, pagare, pagare e ancora pagare… È per questo che sono ancora al mondo…».

p. 118     A Londra, a Parigi, a New York dire «David Golder» significava fare il nome di u vecchio ebreo spietato, che da quando era al mondo era stato odiato e temuto, e aveva annientato quelli che gli si opponevano.

p. 134     Per tutta la vita aveva camminato in punta di piedi per far durare più a lungo le scarpe. Da qualche anno, avendo perso tutti i denti, mangiava soltanto pappette e verdure passate per evitare la spesa della dentiera.

p. 146     «Nel mio caso, che cosa resta? Il denaro? No, non ne vale la pena… Forse, se uno potesse portarselo sottoterra…».

p. 169     Con gesto esitante, tipico dei cardiopatici, si premette entrambe le mani sul cuore. Lo sosteneva con dolcezza, quasi fosse in suo potere aiutarlo, assecondare, sollevandolo un po’, come un bambino, come una bestia morente, quel congegno logoro, testardo, che batteva debolmente nella vecchia carne.

Il migliore

cover_il-migliore.pngNon conosco le regole del baseball e non sono appassionata di sport. Ammetto di aver deciso di leggere questo romanzo solo perché affascinata dal suo autore, la cui maestria avevo già amato ne Il commesso.

Il migliore narra la parabola sportiva di Roy Hobbs, un ragazzo molto dotato, scoperto a 19 anni da un talent scout alcolizzato e in declino di nome Sam “Bub” Simpson.
La carriera del giovane, che sembrava avviata ad una escalation di successi, si interrompe bruscamente a Chicago per il fortuito intervento di una ragazza, Harriet Bird. Roy accantona il suo sogno di diventare il più grande campione di tutti i tempi e di battere i record dei suoi predecessori.

Un lungo salto temporale, che nasconde al nostro sguardo quanto successo al protagonista negli ultimi quindici anni, quasi a decretare che le sue fatiche non avessero alcun valore al di fuori del campo da baseball, ci porta al momento in cui Roy ha una seconda possibilità di compiere il suo destino e viene accolto nella formazione dei New York Knights. Dovrà ora dimostrare il proprio valore, così da entrare nella leggenda.

Il migliore non è, tuttavia, un romanzo che parla di riscatto, e il finale non porta pace, così come accade di solito nelle storie esemplari dei grandi vincitori. Malamud sceglie di raccontare la storia personale di un uomo che avrebbe potuto essere il migliore, che avrebbe voluto essere il migliore, e che pure è tormentato dalla percezione di essere predestinato a soccombere. Sembra quasi che Roy attiri a sé la sventura: la prima volta invaghendosi di una ragazza folle, la seconda volta appassionandosi ad una donna avida.
Tre sono le donne che compaiono in questo romanzo: Harriet, Memo ed Iris. Il loro ruolo è puramente simbolico, poiché rappresentano le diverse pulsioni del protagonista, il vizio e l’aspirazione, e quando riesce ad avvicinarsi a ciò cui anela, Roy si trova immancabilmente attratto da ciò che lo può distruggere.

Malamud ci parla della vittoria, ma soprattutto della sconfitta. Roy Hobbs si convince della ineluttabilità del suo destino e le sue decisioni, le battute della sua mazza, Wonderboy, i suoi incontri, tutto appare già definito e in alcun modo modificabile. È proprio lui a decretare il proprio fallimento e, quando si accorge dell’errore, ormai non può più aggiustare le cose.

Leggendo Il migliore mi è sembrato quasi impossibile comprenderne il significato, come se l’autore avesse tentato di spiegare che la vita che viviamo è del tutto arbitraria e sono le nostre convinzioni a orientarla. Come una palla che, colpita dalla mazza, prende una direzione piuttosto che un’altra.

Il mio voto
tre e mezzo

Autore: Bernard Malamud
Titolo: Il migliore
Titolo originale: The Natural
Data: 1952
Traduzione: Mario Biondi
Edizione: minimum fax
Pagine: 299
Prezzo: 10,50 €
ISBN: 88-7521-081-0

Provenienza: biblioteca
Dedica: a mio padre

Luoghi: Chicago, New York
Periodo: indefinito
Parola finale: amare.

Personaggi principali
Roy Hobbs, protagonista, talento del baseball
Sam “Bub” Simpson, il talent scout che scopre Roy
Max Mercy, giornalista sportivo
Walter Wambold, campione del baseball, definito “lo Sfasciapalle”
Harriet Bird, avvenente ragazza che Roy incontra sul treno
Pop Fisher, manager dei New York Knights
Red Blow, suggeritore di Pop
Bump Baily, il miglior battitore dei Knights, sciupafemmine e amante degli scherzi
Juan Flores, esterno dei Knights
Dottor Knobb, psicologo ipnotista
Memo Paris, nipote di Pop, innamorata di Bump
Goodwill Banner (il Giudice), giudice e proprietario di una quota della società dei New York Knights
Mike Barney, camionista, padre di un ragazzino fan di Roy
Dutch Vogelman, lanciatore dei Pirates
Iris Lemon, 33 anni, ragazza madre, sostenitrice di Roy
Herman Youngberry, giovane lanciatore dei Pirates con l’ambizione di diventare contadino

Incipit
Prima di pensare a sfregare un fiammifero con l’unghia del pollice, reggendo il getto della fiammella nel palmo della mano chiuso a coppa davanti al finestrino della cuccetta inferiore, Roy Hobbs aveva tentato di pulire il vetro con la mano, ma poi aveva capito che stavano attraversando una galleria, per cui non rimase sorpreso quando vide la sua immagine riflessa , luminosa, che reggeva in mano, alta sopra la testa, una luce gialla e lo fissava a sua volta dal vetro. Mentre il treno trascinava a strattoni la propria lunga coda fuori dal rimbombo della galleria, il riflesso dell’immagine inginocchiata si dissolse e Roy sentì una vampata di libertà alla vista delle colline occidentali, immerse nella foschia lunare e ammassate contro il buio della notte, rotto dal lampeggiare di fulmini che erano estivi, sebbene si fosse agli inizi della primavera.

Bernard Malamud

Bernard Malamud (1914-1986)

Quarta di copertina
Il giovanissimo Roy Hobbs ha un talento innato per il baseball; potrebbe diventare uno straordinario campione, ma il suo primo provino da professionista fallisce per un tragico scherzo del destino. Quindici anni dopo, a un’età in cui molti giocatori sono vicini al ritiro, Roy ottiene una seconda chance, e riesce a risollevare le sorti di una grande squadra in declino e a portarla a un passo dallo scudetto. Ma sulla sua strada si mettono una dark lady fascinosa e inavvicinabile, un faccendiere corrotto, un cronista assetato di scoop e un allibratore senza scrupoli. Riuscirà Roy a fare le scelte giuste dentro e fuori dal campo, dimostrando a se stesso (e all’America intera) di essere davvero il migliore?
Un romanzo avvincente sulla fedeltà ai propri ideali e il coraggio di sfidare la sorte, in cui il realismo palpitante della cronaca sportiva si alterna magistralmente agli intermezzi onirici e visionari con i quali Malamud rappresenta i sogni, le paure, le ossessioni dei suoi personaggi.

Brani da ricordare
p. 174    “Mi piacerebbe ridere, ma non ne ho tanta voglia. Mi spiace dirlo, ma mi viene piuttosto voglia di piangere”.

p. 198    “Mi hai mai visto giocare, prima dell’altra sera?”
Iris scosse il capo. “Solo quella volta, e poi ieri”.
“Perché ci sei venuta, la prima volta?”
Iris spense la sigaretta sfregandola per terra. “Perché non mi piace vedere gli eroi crollare. Ce ne sono pochissimi”
Lo disse in tono serio e lui capì che era sincera.
“Senza eroi, siamo tutti gente comune e non sappiamo quali traguardi possiamo raggiungere”.
“Vuoi dire che i grossi personaggi stabiliscono i record e i poveracci cercano di batterli?”
“Sì, il loro compito è di essere i migliori e sta a noialtri capire ciò che rappresentano e comportarci di conseguenza”.

p. 200     Roy tossì, si schiarì la voce con un raschio ed esplose: “La mia dannata vita non è stata quella che avrei voluto”.
“Non è così per tutti?”, chiese lei in tono crudele. Ma, alzato lo sguardo, lui vide che aveva un’espressione tenera.
Roy cominciò a sudare. “Volevo tutto”, disse con una voce che rimbombò nel silenzio.
Iris rimase in attesa.
“Avevo moltissimo da dare”.
“Alla vita?”
“Al baseball. Se avessi cominciato quindici anni fa, come ho cercato di fare, a questo punto sarei il re”.
“Il re di cosa?”
“Il migliore”, replicò lui in tono impaziente.

Sono figlia dell’Olocausto

Sono figlia dell'Olocausto

Fin da quando, undicenne, assiste in televisione al processo ad Adolf Eichmann, Bernice Eisenstein sviluppa una morbosa attrazione per l’Olocausto, che assume le caratteristiche di una vera e propria dipendenza: Bernice si nutre di tutto ciò che racconta lo sterminio degli ebrei, film, testimonianze, libri, poesie, fotografie, oggetti.
È lei stessa a spiegare il motivo di questa ossessione: «[…] senza l’Olocausto non sarei chi sono». I suoi genitori, infatti, si sono conosciuti ad Auschwitz e, per i successivi quarantasei anni, non si sono mai più lasciati. La loro intera esistenza di ebrei polacchi emigrati in Canada dopo la liberazione ha sempre ruotato intorno alla loro appartenenza al Gruppo, una cerchia molto coesa di europei scampati allo sterminio, che si sono ricostruiti una vita oltreoceano.

Bernice vuole mantenere la promessa di non dimenticare mai, anche se la guerra, i pogrom, la sopravvivenza nel ghetto e poi nel campo di concentramento le sono state raccontate e non le ha vissute in prima persona.
Il suo passato tragico la definisce, a partire dal suo «desiderio inespresso di essere amata ancora di più perché i miei genitori erano stati ad Auschwitz»; è come un marchio, che la vincola indissolubilmente alla sua gente e che lei stessa sintetizza con chiarezza nell’immagine di copertina, ritraendosi bambina, con le ombre dei genitori che si sostituiscono alla sua. Sembra quasi che Bernice non abbia una propria identità, ma il suo stesso esistere sia fondato sul sacrificio e sul dolore di coloro che l’hanno preceduta.

Sono, dunque, i suoi genitori, Regina e Ben, i veri protagonisti di questo memoir, che mescola una prosa molto emozionante, in cui si alternano inglese e yiddish per dare maggiore fluidità al racconto, e illustrazioni morbide, colorate ad acquerello, capaci in pochi tratti di aggiungere senso e profondità alle parole stampate. Tutti i disegni sono in bianco e nero, immagine per antonomasia del luogo dei ricordi, ad eccezione di alcuni particolari simbolici, che assumono il loro senso all’interno della narrazione: un anello, foglie verdi, un pollo, una mela, una vecchia teiera.
L’autrice riesce nell’intento di esternare il proprio disagio interiore e tramanda ai suoi lettori l’incapacità di comprendere l’Olocausto, sforzandosi di trovare immagini che possano completare quello che le parole non riescono a trasmettere, e, così facendo, prova a proseguire lungo la scia di pensiero forgiata per lei da Elie Wiesel, Primo Levi, Hannah Arendt, Charlotte Solomon e Bruno Schultz, dalle cui lezioni prende avvio questo libro. Il Leitmotiv che guida Bernice, e che poi è il filo rosso che fa da collante a tutta la produzione letteraria che affronta il tema dell’Olocausto, è ben riassunto in questo brano: «[…] se cominciassi a piangere, non mi fermerei più».

Il mio voto

Autore: Bernice Eisenstein
Illustratore: Bernice Eisenstein
Titolo: Sono figlia dell’Olocausto
Titolo originale: I Was a Child of Holocaust Survivors
Data: 2006
Traduzione: Nabu International Literary Agency
Edizione: Guanda Graphic
Pagine: 192
Prezzo: 17,00 €
ISBN: 978-88-8246-919-1

Provenienza: libreria
Dedica: A John, Anna e Ben e a Ellen

Luoghi: Auschwitz, Varsavia, Toronto
Periodo: circa 1940-2006
Parola finale: nome.

Personaggi
Bernice Eisenstein, voce narrante
Barek “Ben” Eisenstein, padre di Bernice, sopravvissuto all’Olocausto
Regina Oksemhendler, madre di Bernice, sopravvissuta all’Olocausto
Jenny Oksemhendler, sorella di Regina, sopravvissuta all’Olocausto
Jack Eisenstein, fratello di Ben, sopravvissuto all’Olocausto, marito di Jenny
Micheal Larry, figli di Jack e Jenny, cugini di Bernice

Incipit
La morte lascia un buco che pian piano di copre di nostalgia.
Dopo che mio padre fu sepolto, tenni da parte l’indumento tagliato dal rabbino, simbolo della lacerazione della perdita, un lembo di stoffa nera rimasta piegata nel mio cassettone. Quando arrivò il momento di mettere a posto i suoi vestiti, un armadio a muro strapieno di abiti, cravatte, cinture e cappelli comprati negli anni, c’erano tante cose da suddividere.
La maggior parte del vestiario andò in beneficenza.
Io portai a casa alcune cravatte a pois, larghe e strette, a seconda dell’epoca, e farfallini a cui bisognava fare il nodo, non di quelli pronti da agganciare al colletto.

Quarta di copertina
Figlia di ebrei emigrati in Canada, Bernice vive portando con sé l’ombra di Auschwitz, dove i suoi genitori si sono conosciuti e innamorati. In questo memoir fatto di parole e disegni, che sa far magicamente convivere tratti commoventi e uno humour tutto ebraico, l’autrice ci racconta un’adolescenza vissuta in una famiglia allegra e fedele alle tradizioni, in una casa dove risuona l’espressività dello yiddish; ma anche una storia di formazione in cui il tema dell’Olocausto riaffiora attraverso le domande continue poste dalla protagonista ai genitori, attraverso il bisogno di conoscere, e di rinnovare la memoria.

Brani da ricordare
p. 55    È già abbastanza difficile scoprire le parole adatte per ciò che bisogna ricordare, ma lo è ancora di più quando ogni parola si sforza di proteggere e sostenere la memoria di una generazione che è invecchiata e sta morendo.

p. 72    Una volta arrivati in una nuova terra, i miei genitori e i loro amici non seppero mai che il loro passato stendeva un’ombra invisibile sopra la vita dei figli. Soltanto un’ombra sa, e tenta di parlare.

p. 94     Il senso di calore che avvertii la prima volta che tenni un libro in mano, prima ancora di aprirlo, non mi ha mai abbandonato. Cominciai a leggere voracemente, tutto e di tutto, e poco dopo aver finito un libro ne iniziavo un altro. Passavo da Beatrix Potter a A.A. Milne e a J.D. Salinger; da Harold Robbins a Hemingway e Dostoevskij; da Anna Frank a John Steinbeck e Proust; da Leon Uris a Isaac Bashevis Singer e Gertrude Stein, ad infinitum. Ero entrata in una compagnia di sconosciuti, e da allora ho sempre seguito il cammino che hanno tracciato per me. I loro pensieri mi hanno condotto a scoprire altri significati nei miei.
Mi ha sempre colpito come un libro parli all’altro, ampliandone il significato.

p. 117   Mentre la nonna a poco a poco si ripiegava su se stessa a causa dei suoi acciacchi, il nonno rimaneva immutato. Aveva una sola posizione: seduto. Lo trovavo su una sedia di plastica da giardino sotto il piccolo portico d’ingresso di casa sua, sul divano del salottino, al tavolo della cucina o della sala da pranzo.

p. 143    Dopo la guerra, gli ebrei d’Europa erano diventati portatori di un patrimonio genetico in pericolo di estinzione […].

p. 152    La vita costringe la vita a continuare.

p. 167    Senza che la mia famiglia lo sapesse o lo capisse, il loro passato ha plasmato la mia solitudine e la mia rabbia, e ha scolpito il significato della perdita e dell’amore. Ho ereditato l’insostenibile leggerezza dell’essere figlia di due sopravvissuti dell’Olocausto. Maledetta e benedetta. Bianca, nera e piena d’ombre.

p. 181    Il giorno in cui nasce un bambino contiene tutto il potenziale della vita che verrà; il giorno della morte è il compimento di ciò che siamo diventati. Entrambi hanno bisogno di un pubblico, il primo per dare il benvenuto a chi arriva e l’ultimo per ricevere l’eredità di ciò che resta.

Unastoria

"Unastoria" di GipiImpossibile recensire Unastoria di Gipi: forse perché non è una vera storia, ma una sorta di poesia onirica che ha per protagonista uno scrittore, Silvano Landi, in clinica in seguito ad un esaurimento nervoso. Un albero secco lo lega stretto al suo passato, a suo nonno Mauro, soldato durante la Grande Guerra, che si è sporcato le mani pur di tornare dalla sua famiglia. Non c’è niente di edificante o miracoloso in questa vicenda, ma si percepisce con forza la mancanza di eroismo e lo smarrimento dell’uomo moderno.
Le illustrazioni ad acquerello e le linee espressive, disordinate, quasi abbozzate, sono di straordinario impatto, molto suggestive.
Non so dire cosa sia, ma questo libro ha qualcosa di magico, difficile da descrivere a chi non lo abbia letto.

Il mio voto
ba2b7-quattro

Autore: Gipi (Gian Alfonso Pacinotti)

Titolo: Unastoria
Data: 2013
Edizione: Coconino Press
Pagine: 128
Prezzo: 18,00 €
ISBN: 978-88-7618-249-5

Provenienza: libreria

Luoghi: indefiniti
Periodo: indefinito
Parola finale: uscirò.

Personaggi
Silvano Landi, 49 anni, protagonista
Dottoressa Brizzi
Dottor Moroni
Professor Meliani
Mauro Landi, nonno di Silvano, soldato al fronte
Luca Marini, commilitone di Mauro
Tognazzi, commilitone di Mauro
Un prete
Teresa, moglie di Mauro
Giulianino, figlio di Mauro e Teresa
Una baronessa
L’inventore della mitraglia
La figlia di Silvano

Incipit
Dammi risposte complesse. Please.
Parliamo di anatomia.
Le ghiandole lacrimali.

Quarta di copertina
Unastoria sono due storie. Quella di Silvano Landi, uno scrittore che alla soglia dei cinquant’anni vede la sua vita andare in pezzi e quella del suo antenato Mauro, soldato nella carneficina della Prima guerra mondiale. Sotto i cieli di una natura magnifica e crudele, ieri come oggi, Gipi racconta la fragilità e la bellezza, le lacrime e le speranze degli uomini. La storia di un’eterna caduta nell’abisso e di come, nonostante tutto, ogni volta ci si possa rialzare.

La danese

"La danese" di David EbershoffLa danese è il racconto, romanzato ed interamente frutto di fantasia, della trasformazione del pittore Einar Wegener (realmente esistito) che, sul finire degli anni Venti, subì vari interventi chirurgici a Dresda per diventare a tutti gli effetti una donna, Lili Elbe.
David Ebershoff si appropria di un tema delicato e lo restituisce sottoforma di una dolce storia d’amore e di amicizia, di sostegno reciproco e di fedeltà coniugale. Assistito dalla moglie Greta, Einar prende coscienza della sua duplice natura e si sdoppia letteralmente, lasciano poco per volta il passo a Lili. Non una vera metamorfosi, dunque, ma una transizione che è annullamento e creazione di una nuova versione di sé stesso. Per descrivere il passaggio dall’uno all’altra, Ebershoff usa una metafora assolutamente calzante: Lili riempie Einar «come una mano riempie una marionetta».
La vicenda umana viene trattata con sensibilità, lasciando grande spazio alle relazioni tra i personaggi e ai loro sentimenti, anche se il romanzo non ha ritmo, è pura contemplazione e descrizione dell’attesa.
Ho apprezzato soltanto l’ambientazione, la vivida descrizione di Copenaghen e della Casa delle Vedove, con l’odore di vodka di patate e di pesce fresco, di Parigi con i suoi negozi, i caffè e i boulevards, fino alla “terrazza d’Europa sull’Elba”, l’affascinante Dresda. Per il resto un libro di cui avrei fatto a meno.

 

Il mio voto
Tre stelle

 

 

Autore: David Ebershoff
Titolo: La danese
Titolo originale: The Danish Girl
Data: 2000
Traduzione: Anna Mioni
Edizione: Ugo Guanda Editore – Narratori della Fenice
Pagine: 317
Prezzo: 14,46 €
ISBN: 88-8246-189-0

Provenienza: biblioteca
Dedica: Per Mark Nelson

Luoghi: Copenaghen, Pasadena, San Francisco, Blåtand, Skagen, Mentone, San Diego, Bakersfield, Rungsted, Parigi, Dresda
Periodo: 1925 – 1931
Parola finale: lei.

Personaggi principali
Einar Wegener, protagonista, pittore danese
Greta Waud, sua moglie, ritrattista originaria della California
Anna Fonsmark, mezzosoprano dell’Opera reale danese
Edvard IV, cane di Einar e Greta
Dyvik, direttore dell’opera
Lili Elbe, alter ego femminile di Einar
Apsley Haven Ward, nonno di Greta, ricco proprietario terriero
Apsley Junior, padre di Greta
Carlisle, fratello gemello di Greta
Lizzie, zia di Greta
Grethe Janssen, amante del sindaco di Copenaghen
Gerda Carlsen, nonna paterna di Greta, di origini danesi
Helene Albeck, segretaria, amica dei Wegener
Edvard I ed Edvard II, cani di Einar quando era un bambino
La nonna paterna di Einar
Hans Axgil, amico di infanzia di Einar, barone, ora mercante d’arte
Akiko, cameriera giapponese dei Ward a Pasadena
Teddy Cross, ceramista, primo marito di Greta
Henrietta, Margaret e Dottie Anne, amiche di Greta a Pasadena
Carlisle, figlio di Greta e Teddy, morto alla nascita
Henrick Sandahl, pittore danese
Rasmussen, gallerista di Einar
Ingrid, grande amore di Hans, morta annegata
Dottor Hexler, medico specializzato in radioterapia
Vlademar, aiutante di Hexler
Madame Jasmin-Carton, tenutaria di un bordello a Parigi
Sophie, la gatta di Madame Jasmin-Carton
Martine, bambina al parco in place des Vosges
La bambinaia italiana di Martine
Du Brul, commesso del colorificio Sennelier
Signora Le Bon, commerciante di vestiti
Anne-Marie, bibliotecaria alla Bibliothèque National
Alfred Bolk, primario alla clinica femminile di Dresda
McBride, medico americano
Christopher Mai, dottore
Buson, dottore
Fräulein Schäpers, infermiera di Bolk durante la guerra
Richardson, dottore di Pasadena
Hightower, dottore di Pasadena
Herr Rump, direttore dell’Accademia reale di Copenaghen
Frau Krebs, infermiera della clinica femminile di Dresda
Sieglinde Tannenhaus, primo paziente di Bolk, fuggito prima dell’operazione
Ursula, diciannovenne tedesca, orfana, ospite della clinica di Dresda
Jochen, ragazzo di cui è innamorata Ursula
Poulsen, custode della Casa delle Vedove
Baronessa Axgil, madre di Hans

Incipit
Fu sua moglie la prima a saperlo. «Mi faresti un piccolo favore?» chiese Greta dalla camera da letto quel pomeriggio. «Dovresti aiutarmi in una cosa. Non ci vorrà molto».
«Certo» disse Einar tenendo gli occhi fissi sulla tela. «Qualsiasi cosa».
Il vento del Baltico rinfrescava la giornata di primavera. Erano nel loro appartamento nella Casa delle Vedove, e Einar, piccolo e alla soglia dei trentacinque anni, stava dipingendo a memoria un paesaggio invernale del Kattegat. Sull’acqua nera e crudele, tomba di centinaia di pescatori che ritornavano a Copenaghen con le loro prede sotto sale, era stesa una cappa bianca. Il vicino del piano di sotto era un marinaio con la testa a forma di proiettile che insultava la moglie. Quando Einar dipingeva l’increspatura grigia di ogni onda immaginava il marinaio che annegava, con una mano disperatamente sollevata, e sentiva la sua voce che sapeva di vodka di patate dare ancora della puttana alla moglie. In questo modo Einar capiva che sfumatura dare ai suoi colori: abbastanza grigia da inghiottire un uomo così e ripiegare come un impasto il suo ruggito sempre più debole.

Quarta di copertina
Einer Wegener e sua moglie Greta vivono a Copenaghen. Lui dipinge piccoli quadri con il mare in inverno, paludi e brughiere sfumate nella nebbia del Nord; lei, ancora alla ricerca di un’autentica ispirazione, ritrae quasi a grandezza naturale la tronfia committenza borghese cittadina. Un giorno, Greta convince faticosamente il marito, imbarazzato e riluttante, a posare con un abito femminile per poter completare il ritratto di Anna, la cantante lirica loro amica. Ma l’ipnotico movimento del pennello di Greta, animata da un entusiasmo fino allora sconosciuto, e il morbido contatto della stoffa sulla pelle sospingono Einar «in un mondo d’ombre e sogni», in cui il vestito che indossa potrebbe appartenere a chiunque: «persino a lui». Quel giorno Einar scopre che il suo cervello è una noce spaccata in due metà; una appartiene a lui, l’altra a Lili, l’entità femminile che ha involontariamente richiamato dagli angoli più remoti della sua infanzia, dov’era stata relegata per il brusco intervento degli adulti.
Ispirandosi alla vicenda reale di Einar Wegener, il paesaggista che agli inizi degli anni trenta si affidò alla chirurgia per cambiare sesso, Ebershoff muove dai temi dell’ambiguità del sentimento umano, del gioco tra realtà e finzione e della fascinazione dell’arte per scrivere un romanzo di ampio respiro, teso fra passato e presente, tra luoghi diversi e distanti – la Danimarca, la Francia, la California – cogliendo con straordinario talento narrativo le mille diffrazioni psicologiche dell’amore e della sensualità.

Il cardellino

"Il cardellino" di Donna TarttFabelhaft (l’equivalente tedesco di magnifico), lo stesso aggettivo che ama pronunciare Theodore Decker, il protagonista, è ciò che mi sembra più appropriato per definire il terzo romanzo di Donna Tartt.
La tranquilla esistenza di Theo subisce un improvviso cambio di direzione quando, durante un attacco terroristico ad un museo (proprio così), scopre la precarietà della vita umana e conquista l’amore per l’arte, un legame indissolubile che lo caratterizzerà negli anni della formazione fino all’età adulta.
Come un Oliver Twist postmoderno, egli dovrà affrontare la perdita, il dolore, l’abbandono, la solitudine e provare a convivere con i sensi di colpa, attorniato da un amico d’infanzia con la fobia del mare, un antiquario appassionato del suo lavoro ma incapace di concludere affari, un russo giramondo, una padre alcolizzato e schiavo del gioco d’azzardo, una ragazza frivola e superficiale, un’amica unica al mondo e molti altri personaggi, ognuno con la propria connotazione, con i propri sogni, attitudini ed interessi.
Davvero straordinario il tentativo di Donna Tartt di raccontare il senso di spaesamento e choc di questo ragazzo di fronte al caso che si palesa in situazioni e incontri inattesi, a partire dal giorno dell’attentato, che coincide con l’inizio del suo Bildungsroman.
Al centro del racconto in prima persona di Theo, tuttavia, c’è un altro protagonista, la misteriosa tela che dà il titolo a questo libro: realizzata da un allievo di Rembrandt, Carel Fabritius, ritrae un cardellino con una zampa incatenata, e fu realizzato nel 1654, anno della morte improvvisa del suo autore a causa di uno scoppio. Due vite distrutte allo stesso modo, in maniera imprevedibile e agghiacciante, due anomalie che testimoniano la precarietà dell’esistere: il cardellino non è libero di volare, è un prigioniero che osserva noi, prigionieri del caso, che lo osserviamo a nostra volta.
Questo quadro diventa una vera e propria ossessione per Theo e stabilisce l’inizio del suo amore per l’arte, ciò che descrive come un intimo colpo al cuore, un dialogo a doppio senso, in cui l’opera sembra sussurrare (pss) proprio a lui, quasi a volergli spiegare il senso della vita.
Donna Tartt riesce, una volta di più, a raccontare una situazione insolita e impalpabile, in questo caso le sofferenze interiori di un ragazzo distrutto da una tragedia così attuale eppure così unica. L’autrice si cala nella dimensione psichica del personaggio e sonda il suo annebbiamento febbrile, la sua perdita di punti di orientamento, la sua predisposizione al fallimento (dipendenza da droghe, da farmaci, da bugie). Theo passa dal lusso più sfrenato alla povertà, dall’ozio senza regole di Las Vegas, moderno paese dei balocchi collodiano, in cui la festa si tramuta presto in dramma, fino alla serietà professionale raggiunta grazie all’insegnamento di Hobie.
Arte, antiquariato e restauro sono lo scenario entro cui si colloca la vicenda di Theo e il suo distorto vagare, fino alla presa di coscienza che conclude questo volume e dà senso a tutte le peripezie del personaggio: un finale lirico, toccante, quasi magico. Grazie ancora una volta, Donna Tartt!

Il mio voto

Autore: Donna Tartt
Titolo: Il cardellino
Titolo originale: The Goldfinch
Data: 2013
Traduzione: Mirko Zilahi de’ Gyurgyokai
Edizione: Rizzoli – Vintage
Pagine: 894
Prezzo: 16,00 €
ISBN: 978-88-17-08158-0

Provenienza: libreria
Dedica: Alla mamma, a Claude

Luoghi: Amsterdam, New York, Las Vegas, Denver, Cleveland, Buffalo, Syracuse, Anversa
Periodo: indefinito
Parola finale: ancora.

Personaggi
Theodore Decker (Theo, Potter), protagonista
Audrey, madre di Theo, originaria del Kansas, ex modella, lavora in un’agenzia pubblicitaria
Burt De Oro (Goldie), portiere del palazzo in cui abita Theo
Larry, padre di Theo, ex attore, alcolizzato
Beeman, direttore della scuola frequentata da Theo nell’Upper East Side
Tom Cable, compagno di scuola di Theo
Davy Jo Pickering, , agente di modelle
Mathilde, art director, collega di Audrey
Pru, collega di Audrey, australiana
Sergio, proprietario dell’agenzia pubblicitaria in cui lavora Audrey
Alameda, donna di servizio
Loretta, segretaria del padre di Theo
Cinzia, donna delle pulizie a casa Decker
Pippa, ragazzina che Theo vede al museo
Carlos, portiere del turno serale
Jose, portiere del turno serale, dominicano
Dorothy, matrigna del padre di Theo
Bob Decker, nonno di Theo da parte di padre
Marjorie Beth Weinberg, assistente sociale
Enrique, assistente sociale
Andy Barbour, amico d’infanzia di Theo
Kenneth, custode di notte in Park Avenue
Platt, fratello maggiore di Andy
Jed, attore semifamoso, amico di Audrey
Kika, amica di Audrey
Annette, settantenne vedova di un vigile del fuoco
Toddy e Kitsey, fratelli minori di Andy
Etta, cuoca dei Barbour
Lindy Maisel e Mandy Quaife, compagne di scuola di Theo
Sam Weingarten, compagno di laboratorio di Theo
Isabella Cushing e Martina Lichtblau, le ragazze più popolari della scuola
Win Temple, compagno di scuola di Theo
Signor Neuspeil, insegnante di Lettere
Signora Swanson, consulente didattica
Signor Borowsky, insegnante di Matematica
Dave, psichiatra che segue Theo
Kellyn, baby-sitter di Kitsey e Toddy, gallese
Ray, agente di poilizia, italiano
Morris, agente di polizia, afroamericano
Samantha Van der Pleyn, la signora Barbour
Chance Barbour, padre di Andy
Irenka, domestica dei Barbour
James Hobart (Hobie), restauratore di oggetti di antiquariato
O’Shea, insegnante di Storia
Welton Blackwell (Welty), socio di Hobie
Mark, amico di Audrey, medico
Juliet, madre di Pippa, sorellastra di Welty
Cavanaugh, bullo che prende di mira Andy e Theo
Phil Lefkow, compagno di scuola di Andy
Cosmo, terrier grigio di Pippa
Margaret Blackwell Pierce, zia di Pippa, vive in Texas
Arlecchino, cavallo di Audrey quando era bambina
Signora Sheinkopf, insegnante di Arte
Abner Mossbank, anziano aiutante di Welty, artritico
Signora De Peyster. anziana ereditiera e collezionista d’arte
Sandra Jaye Terrell (Xandra), nuova compagna del padre di Theo
Rosa, ex moglie di Goldie
Bess, zia zitella di Audrey che la ospitò alla morte dei suoi genitori
Marco V, nuovo custode del palazzo
Popper (Popchik), cane maltese di Xandra
“La Playa”, vicina di casa di Theo a Las Vegas
Boris Volodymyrovych Pavlikovsky, migliore amico di Theo, conosciuto a Las Vegas
Bami, cuoco di Boris in Papua Nuova Guinea
Mick, gestore di un bar-distributore a Karmeywallag
Judy, moglie di Mick, amica di Boris
Abdul Fataah, cuoco di Boris in Arabia Saudita
Signor Pavlikovsky, padre di Boris
Diego, dealer messicano
Kylie Hutchins (Kotku), ragazza di Boris
Hadley, compagna di scuola di Theo a Las Vegas
Jan, sorella di Hadley
Gretchen, cane weimaraner di Hadley
Mike McNatt, fidanzato di Kotku
Saffi Caspersen, ragazza danese, innamorata di Boris
Signor Ostrow, bibliotecario
Tyler Olowska, compagno di scuola di Theo
Naaman Silver (Bobo), creditore di Larry
Jimmy, amico della madre di Kotku, spacciatore
Maks e Seresha, amici di Boris in Ucraina
Lucie Lobo, stylist nell’agenzia dove lavora Audrey
Yurko, scagnozzo di Mr. Silver
Courtney, migliore amica di Xandra
Janet, collega di Xandra
Stewart e Lisa, coppia di amici di Xandra
Katie Bearman (KT), compagna di scuola di Theo
J.P., tassista a Las Vegas
Denese, autista del pullman
George Bracegirdle, avvocato di Audrey
Patsy, segretaria di Bracegirdle
Dottor Camenzind, medico dell’istituto svizzero Mont-Haefeli
Moira DeFrees, gallerista specializzata in acquerelli del XIX secolo, amica di Hobie, sempre con lui
Signora Mildeberger, amica di Hobie
Signor Abernathy, amico di Hobie
Richard Nunnally, agente di polizia
Harold Amstiss, amico di Hobie
Martha, moglie di Harold
Susanna, tutor di Theo al college
Ruthie Lebowitz, insegnante di cinema
Grisha, ebreo russo, fattorino di Hobie
Lidija, cugina di Grisha
Henderson, amministratore del palazzo in cui vivevano i Decker a New York
Gaga, nonna paterna dei Barbour
Harry, zio dei Barbour
Kitsey, sorella minore di Chance Barbour, morta affogata
Wendell, zio di Chance Barbour, morto affogato
Ting-a-Ling e Clementine, yorkshire terrier della signora Barbour
Miyako, fidanzata giapponese di Andy
Maria Mercedes de la Pereyra, amica della signora Barbour
Joey (Jo), sorella di Tom Cable, ex ragazza di Platt
Lucius Reeve, cliente di Hobie e Theo, truffato dal ragazzo
Jerome, spacciatore
Mike, ragazzo dei trasporti che lavora per Hobie
Coniugi Vogel, amici e clienti di Hobie
Everett, fidanzato londinese di Pippa
Mya, fidanzata di Jerome
Carmen Huidobro, domestica di Miami, uccisa per errore dalla DEA
Turner Stark, portavoce della DEA
Hofstede Von Molkte, portavoce dell’unità Crimini d’arte dell’Interpol
Amadeo, cameriere dello Yacht Club
Carole Lombard, vecchia fiamma di Theo
Genka, cugino di Grisha
Race Goldfarb, amico di Kitsey
Blaine, figlio di Race e Lauren
Lauren, moglie di Race
Myriam, fidanzata di Boris
Astrid, moglie di Boris, svedese
Gyuri, autista di Boris
Zhanna, pornostar e veggente
Forrest Longstreet, compagno di scuola di Theo
David Scheffernan, compagno di scuola di Theo
Toly, socio di Boris
Horst, amico di Myriam, tedesco
Ulrika, grande amore di Horst
Sasha, socio di Horst, fratello di Ulrika
Candy, infermiera
Niall, irlandese, fidanzato di Candy
Terry White, trafficante d’arte, amico di Sasha
Vitja (Victor, Cherry), socio di Boris
Francie ed Emily (Em), coinquiline di Kitsey
Bill, dirigente della City Bank, fidanzato di Em
Martin, scagnozzo di Horst
Tessa Margolis, ex fidanzata di Theo
Julie, prima amante di Theo, 12 anni più vecchia di lui
Sam, amico di Pippa
Beta, musicista, conoscente di Pippa
Dottor Camenzind, psichiatra di Pippa
Anne de Larmessin, madrina di Kitsey
Havistock Irving, socio di Lucius Reeve
Anatolij (Toly), autista di Boris
Shirley T, amico di Boris e Cherry
Grozdan, allibratore
Fritz, scagnozzo di Martin
Woo / Goo, ragazzino asiatico assoldato da Sasha
Holly, centralinista del consolato degli Stati Uniti in Olanda
Dima, socio di Boris, proprietario di un garage
Mindy, cliente di Theo ad Atlanta
Earl, marito di Mindy

Incipit
Quand’ero ancora ad Amsterdam, per la prima volta dopo anni sognai mia madre. Ero rimasto confinato nella mia stanza d’albergo per più di una settimana, terrorizzato all’idea di chiamare chicchessia o di mettere il naso fuori, il cuore che fremeva e sussultava anche al più innocuo dei rumori: il campanello dell’ascensore, l’andirivieni del carrello del minibar, persino i campanili delle chiese che scandivano le ore, de Westertoren, Krijtberg, un clangore dai contorni vagamente oscuri, come i presagi di sventura delle fiabe. Durante il giorno me ne stavo sul letto e mi sforzavo di decifrare le notizie in olandese alla TV (impresa impossibile, dal momento che non conoscevo una parola di olandese) e, quando rinunciavo, mi sedevo accanto alla finestra a fissare il canale, il cappotto di cammello gettato sui vestiti che indossavo, perché avevo lasciato New York in fretta e furia e le cose che avevo portato con me non erano abbastanza calde, nemmeno al chiuso.

Quarta di copertina
Figlio di una madre devota e di un padre inaffidabile, Theo Decker sopravvive, appena tredicenne, all’attentato terroristico che in un istante manda in pezzi la sua vita. Solo a New York, senza parenti né un posto dove stare, viene accolto dalla ricca famiglia di un suo compagno di scuola. A disagio nella sua nuova casa di Park Avenue, isolato dagli amici e tormentato dall’acuta nostalgia nei confronti della madre, Theo si aggrappa alla cosa che più di ogni altra ha il potere di fargliela sentire vicina: un piccolo quadro dal fascino singolare che, a distanza di anni, lo porterà ad addentrarsi negli ambienti pericolosi della criminalità internazionale. Nel frattempo, Theo cresce, diventa un uomo, si innamora e impara a scivolare con disinvoltura dai salotti più chic della città al polveroso labirinto del negozio di antichità in cui lavora. Finché, preda di una pulsione autodistruttiva impossibile da controllare, si troverà coinvolto in una rischiosa partita dove la posta in gioco è il suo talismano, il piccolo quadro raffigurante un cardellino che forse rappresenta l’innocenza perduta e la bellezza che, sola, può salvare il mondo. Tra le luci dell’Upper East Side di New York e la desolazione della periferia di Las Vegas, tra capolavori rubati e fughe vertiginose lungo i canali di Amsterdam, Il cardellino è un romanzo meravigliosamente scritto che si legge come un thriller. Primo assoluto nelle classifiche di Stati Uniti, Francia e Olanda, osannato dalla critica in patria come all’estero, è l’evento letterario dell’anno.

Brani da ricordare
p. 17     ([…] Era un giorno come tanti, ma da allora buca il calendario come un chiodo arrugginito.)

p. 31    Mentre ciondolavo in fila dietro mia madre, alzai la testa e fissai gli occhi sull’imponente cupola del soffitto due piani sopra di noi: se restavo così abbastanza a lungo, mi sembrava di volteggiare lassù, leggero come una piuma, un trucco di quand’ero bambino il cui effetto si affievoliva man mano che diventavo grande.

p. 64     Nessuno fece caso a me, in quella confusione. Feci inutilmente avanti e indietro per la strada, le gocce di pioggia che mi picchiettavano la pelle simili a tanti granelli di pepe. Ovunque mi girassi, tutto ciò che vedevo era il riflesso del mio stesso panico.

p. 168     “Il mondo non mi verrà incontro” diceva sempre, “perciò devo andargli incontro io.”

p. 178     A volte, nel tardo pomeriggio, un vento umido e sferzante soffiava contro le finestre che davano su Park Avenue mentre il traffico dell’ora di punta scemava e la città si svuotava in previsione della sera; pioveva, gli alberi germogliavano, la primavera virava all’estate; e il desolato lamento dei clacson per la strada, l’odore pungente del marciapiede bagnato, avevano un che di elettrico, un sentore di gente ed energia statica, segretarie sole e uomini grassi con le buste dei take away, e dappertutto la malinconia sgraziata delle creature in perenne lotta per la sopravvivenza.

p. 191     Andy, lo sapevo, era un amico; mi fidavo di lui, tenevo in considerazione il suo parere, però certe volte quando parlavo con lui avevo l’impressione di conversare con uno di quei programmi informatici che simulano le reazioni umane. […] Andy era un pianeta privo di atmosfera.

p. 233     Lei si mise a rovistare nella borsetta. Indossava un vestito marrone smanicato e aveva del fard, o del bronzer, o un qualche altro tipo di polvere marroncina spennellato in una linea talmente netta sotto gli zigomi da farmi venire voglia di sfumarglielo con le dita.

p. 272     I tramonti laggiù erano vivaci e melodrammatici, grandi pennellate arancioni, cremisi e vermiglie alla deserto-di-Lawrence-d’Arabia; poi scendeva la notte, buia e pesante come una porta sbattuta.

p. 346     Mesi interi durante i quali il vento non cessava mai, la sabbia picchiettava contro le finestre, la superficie della piscina si increspava e assumeva riflessi sinistri. Tè forte al mattina, e cioccolato rubato. Boris che mi tirava i capelli e mi allungava calci nelle costole. Svegliati, Potter. Sorgi e splendi. [BEST PART]

p. 352      Ma anche se potevo guardarlo solo di rado mi piaceva pensare che fosse lì, per via della profondità e concretezza che infondeva alle cose. Era come se rinforzasse le fondamenta della mia vita, e mi rassicurava, così come mi riassicurava sapere che, lontano da lì, le balene nuotavano indisturbate nelle acque del Mar Baltico e che, in remoti angoli della Terra, schiere di monaci cantavano senza sosta per la salvezza del mondo.

p. 354     Solo di rado mi soffermavo sulla catena alla caviglia del cardellino e pensavo a quanto fosse crudele la vita di quella creaturina il cui breve battito d’ali lo riportava sempre nello stesso identico punto, senza speranza.

p. 455     Al contrario, Hobie viveva come un grande mammifero marino nel suo placido ecosistema, in una casa dove ogni orologio non andava d’accordo con gli altri e il tempo scorreva secondo traiettorie serpeggianti, seguendo solo il proprio torpido tic tac, regolato dal ritmo di quell’ambiente isolato, saturo di antichità, tra le chiazze marrone scuro del tè e del tabacco, lontano anni luce dalla versione posticcia e industriale del mondo.

p. 476     […] dentro di me cresceva il sospetto che la sola ragione per cui ero stato ammesso fosse proprio “la tragedia”. Qualcuno, nell’ufficio ammissioni, aveva segnalato la mia domanda, l’aveva passata in amministrazione, mio Dio, povero ragazzo, vittima del terrorismo, bla bla bla, la scuola ha delle responsabilità, quanti posti liberi sono rimasti, riusciamo a inserirlo in qualche modo? Ero quasi certo di aver rovinato la vita a un meritevole cervellone del Bronx, qualche sfigato clarinettista dei quartieri popolari che prendeva botte dai compagni che volevano copiare i compiti di Algebra e che sarebbe finito a timbrare biglietti in un casello autostradale invece di insegnare Meccanica dei fluidi al California Institute of Technology, solo perché io gli – o le – avevo rubato il posto.

p. 538     Le mie “pillole della speranza”, come le chiamava Jerome, erano chiuse in una vecchia tabacchiera. Frantumai una delle mie compresse di OxyContin di riserva sul ripiano di marmo del cassettone, la tagliai, la divisi in strisce con la mia tessera di Christie’s, poi – arrotolando la banconota più nuova che avevo nel portafoglio – mi chinai, gli occhi umidi di trepidazione: impatto, bam, l’amaro in fondo alla gola e poi il fiotto di sollievo, all’indietro sul letto, mentre quel vecchio dolce pugno mi colpiva dritto al cuore: puro piacere, dolente e luminoso, lontano dal tramestio metallico dell’infelicità. [BEST PART 2]

p. 572     Aspettai, incerto, con gli occhi fissi sulla cassapanca laccata. Era un pezzo magnifico, eccezionale, per un comandante di navi in pensione che viveva in una zona sperduta nei pressi di Boston: ossi di balena intagliati e conchiglie di ciprea, imparaticci a punto croce con scene del Vecchio Testamento ricamati da anziane sorelle illibate, l’odore di olio di balena bruciato la sera, l’immobilità della vecchiaia che avanza.

p. 588     Avevo tirato fuori dagli scatoloni talmente tante porcellane provenienti da vendite testamentarie e separazioni familiari, che c’era qualcosa di terribilmente triste in quelle vetrine immacolate e scintillanti, nella loro tacita promessa che sarebbero bastate delle stoviglie perfette ad assicurare un futuro altrettanto luminoso e privo di problemi.

p. 880     Cosa succede se ti ritrovi con un cuore inaffidabile?

p. 887     Perché questa è la verità: la vita è una catastrofe.

Mrs Bridge

imageUna casalinga di inizio Novecento nella tranquilla e borghese Kansas City, India Bridge ha un marito che non vede quasi mai e tre figli che sembrano ribellarsi ai suoi insegnamenti e, appena possono, escono di casa. Il suo mondo è fatto di telefonate alle amiche, incontri al Country Club, ricevimenti, letture frivole (tra cui la rivista mondana Lo spione), beneficenza e attesa. Non ha opinioni che non siano influenzate dagli altri, non ha vizi e non ha ambizioni: sembra inamovibile nella sua assoluta prevedibilità, eppure talvolta qualche piccola scintilla, qualche imprevisto sembrano irradiare il suo volto di una luce diversa, quasi pulsante.
Mrs Bridge è come una bambola, che suo marito protegge dalla brutalità del mondo e che i suoi figli non credono capace di prendere coscienza della realtà. Sembra vivere in un mondo perfetto, senza incrinature o capricci, ma qualcosa in lei scalpita, come per reclamare un finale diverso.
Tuttavia qualsiasi tentativo di cambiare la sua quotidianità, dal corso di spagnolo alle visite alla sua amica più anticonformista, Grace Barron, non sortiscono alcun effetto, e India Bridge rimane al suo posto. In un presente che sembra sfuggirle di mano, ritrova sé stessa e riconosce i suoi cari nelle fotografie sbiadite di un passato che non è più.
In 117 brevi istantanee, Connell dipinge il commovente ritratto di una società che si sta sgretolando, lo percepisce, ma è incapace di intervenire.

Il mio voto

 

image

Evan S. Connell (1924-2013)

Autore: Evan S. Connell
Titolo: Mrs Bridge
Titolo originale: Mrs Bridge
Data: 1959
Traduzione: Giulia Boringhieri
Edizione: Einaudi – Supercoralli
Pagine: 232
Prezzo: 19,50 €
ISBN: 978-88-06-22498-1

Provenienza: ebook
Dedica: A Barbara e Matthew Zimmermann

Luoghi: Kansas City, New York, Southampton, Londra, Stratford-on-Avon, Dover, Parigi, Monte Carlo, Roma, Parallel
Periodo: anni Trenta
Parola finale: cadeva.

Personaggi
India Bridge, protagonista
Walter Bridge, avvocato, marito di India
Ruth, primogenita dei Bridge
Carolyn (Corky), secondogenita dei Bridge
Douglas, terzogenito dei Bridge, unico maschio
Alice Jones, figlia del giardiniere, bambina di colore, amica di Corky
Grace Barron, forse l’amica più intima di Mrs Bridge e di sicuro la più anticonformista
Virgil Barron, marito di Grace
Madge Arlen, amica di Mrs Bridge
Wilhelm Van Metre, amici dei Bridge
Susan, moglie di Wilhelm
Gail Leacock, docente universitario
Lucienne, moglie di Leacock
Tarquin, figlio dei Leacock, ragazzo strano e problematico
Harriet, tuttofare in casa dei Bridge
Pastore Foster, revendo, autore di un libro di meditazioni
Mr Gadbury, insegnante di pittura di Mrs Bridge, venditore di riviste cinofile porta a porta
Naomi Gattenberger, compagna di liceo di Corky, molto grassa
Jay Duchesne, fidanzato di Corky al liceo
Couperin, netturbino, pretendente di Harriet
Al Luchek, amico di Ruth
Morgan Hager, ragazzo originario di Kansas City che vive a Parigi
Gil Davis, fidanzato di Corky

Incipit
Si chiamava India, un nome a cui non riuscì mai ad abituarsi. Aveva il sospetto che i suoi genitori, nel darglielo, avessero avuto in mente un’altra persona. O forse avevano sperato di avere una figlia diversa. Da bambina era stata più volte sul punto di indagare, ma il tempo era passato e non l’aveva mai fatto.

Quarta di copertina
Mrs Bridge è una donna come tante. Una donna che ci assomiglia, magari di cui siamo figli. Nulla sembra rendere particolare la sua vita. Come quella di tutti è una vita piena di «ma». Moglie premurosa di un marito taciturno e distratto che passa più tempo in ufficio che a casa: ma le hanno insegnato a essere una sposa devota e a non lamentarsi. Madre ansiosa di tre figli a cui dedica tutte le energie: ma, pur così amati, paiono condurre una vita segreta e più felice lontani dallo sguardo materno. Le vicine occhiute sono sempre pronte a criticare a mezza bocca, magari con una battuta apparentemente benevola: ma Mrs Bridge non mostra mai il minimo cedimento, la più piccola debolezza. E così, giorno dopo giorno, Mrs Bridge riempie con mille, piccole, necessarie incombenze il vuoto che si spalanca nella sua esistenza. Man mano che il racconto procede, i capelli si ingrigiscono, i figli escono di casa, la solitudine aumenta, quella che all’inizio sembrava quasi una benevola satira della «casalinga perfetta» diventa una discesa affettuosa e commovente, partecipe e tragica, nel mistero dell’esistenza, al fondo di ciò che ci rende tutti umani. Pubblicato per la prima volta nel 1959, Mrs Bridge ha fatto di Evan S. Connell un autore di culto, ammirato da generazioni di scrittori per la sua capacità di cesellare ogni parola, di fare di ogni frase lo strumento più affilato per mostrare la vita e inseguirne il senso.

Brani da ricordare
p. 119     Trenta, trentacinque, quaranta: gli anni erano sempre passati a farle visita come zie criticone, e sempre erano scomparsi senza lasciare traccia, senza fare rumore. E adesso ne era arrivato un altro.

p. 167    Passava molto tempo a fissare il vuoto, oppressa da un senso di attesa. Ma attesa di che cosa? Non lo sapeva.

p. 198     Molto dopo Ruth estrasse la busta dalla valigia, lesse la lettera di consigli, e le sembrò di vedere la madre, seduta con carta e penna allo scrittoio Chippendale, impegnata a riesumare norme di condotta di un’altra epoca.

p. 400     La neve cadde tutta la notte. Cadde senza fare rumore e coprì il terreno gelato e le foglie morte sotto l’acero, e piegò i rami delle conifere, e per ore e ore cadde come farina dalle nuvole alte color madreperla.